Pensionato invalido al 100% batte l’Inps, l'istituto chiedeva la restituzione di oltre 33mila euro
Olbia è una sentenza che crea un importante precedente quella pronunciata ieri mattina al tribunale del lavoro di Tempio. Il giudice Maria Francesca Scala ha dichiarato illegittima la pretesa dell'Inps nei confronti di un invalido civile al 100% al quale chiedeva la restituzione di 33.528,29 euro. Il pensionato, di Arzachena, era titolare di due pensioni: una di invalidità civile (riconosciuto invalido civile con riduzione della capacità lavorativa al 100% dal 2007) e l'altra contributiva sempre col riconoscimento del 100% di invalidità. La pensione di invalidità civile era stata riconfermata nella visita di revisione del 2010 con previsione di un'altra visita di verifica nel 2013. Che non è stata però mai eseguita e nel frattempo la pensione continuava a essere erogata. Questo sino al 2023 quando l'invalido riceve una comunicazione con cui l'Istituto gli chiede la restituzione delle somme a suo dire "indebitamente percepite" nel periodo gennaio 2014 – febbraio 2023 sostenendo che la visita di revisione sanitaria prevista per dicembre 2013 non fosse mai stata effettuata. A quel punto l'invalido presenta ricorso assistito dal patronato Acli provinciale di Sassari, cui segue il contenzioso davanti al tribunale del lavoro di Tempio. In causa l'Inps evidenzia che il pensionato nel 2013 avrebbe avuto l'onere di richiedere la visita e che la mancata revisione equivaleva a un esito sfavorevole, con conseguente decadenza dal beneficio. Di diverso avviso il giudice che ha accolto il ricorso, affermando con chiarezza che la normativa vigente non prevede "alcun obbligo a carico dell’invalido di richiedere autonomamente la propria visita di revisione". Al contrario, la convocazione è di esclusiva competenza dell’Inps": solo in caso di mancata presentazione a una visita regolarmente notificata è prevista la sospensione della prestazione. «Nel caso di specie – ha spiegato l'avvocato Paolo Sechi, dello studio legale Sechi-Piredda di Sassari che ha assistito il pensionato – l'Istituto non aveva mai convocato il ricorrente, pertanto nessuna omissione colpevole era a lui addebitabile". Oltretutto si parla di una persona pacificamente riconosciuta invalida al 100% dallo stesso Inps che in contemporanea aveva continuato a erogargli la pensione di inabilità contributiva, "il che rendeva palese l'ingiustizia della richiesta di rimborso legato a un inadempimento burocratico dello stesso Inps". Nella sentenza viene richiamato il consolidato orientamento della Cassazione secondo cui, in materia di indebito assistenziale, "non è consentita la ripetizione delle somme quando il percettore abbia agito in buona fede e in legittimo affidamento e l'erogazione non gli sia imputabile". In sintesi, dice il tribunale, l'Inps non può riversare sul cittadino le conseguenze delle proprie "omissioni procedurali".
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Obesa contro l'Inps per l'invalidità ridotta. Sassari, causa civile su una pensione concessa e poi fatta restituire
SASSARI. Altro che falsi invalidi. Vallo a spiegare all'Inps che con 115 chili di peso, problemi di respirazione e ferite alle gambe, è difficile "deambulare". Ancora di più - va da sé - lavorare. E se la situazione precipita in cinque anni, con l'adipe che s'ingrossa, ovvio che si chieda di più della pensione di invalidità. L'accompagnamento, ad esempio. Ma quando una donna obesa del Sassarese (in virtù della privacy sui dati sanitari, il giornale non pubblica il nome) ha provato a rappresentare all'Inps il suo stato di inabilità in progressivo peggioramento, ha dovuto pentirsene. Non solo non ha ottenuto quello che sostiene le sia indispensabile per vivere. Ma si è vista chiedere la restituzione di gran parte di quanto fino ad allora ricevuto proprio perché invalida civile (come certificato dalla stessa Inps). Con un risultato infausto: deve restituire gran parte del presunto maltolto, a partire dal giorno in cui ha chiesto di ottenere, invece, il ritocco verso l'alto. La controversia tra la signora afflitta dal grasso e l'Inps, in tempi di stretta contro i finti-invalidi, è finita in tribunale. Il giudice civile è chiamato a stabilire dove finiscano i problemi di salute e inizino eventuali - finora non provate - pretese ingiustificate. Di certo la signora, tutelata dagli avvocati Paolo Sechi ed Elias Vacca, ha intenzione di far valere le sue ragioni: nelle sue condizioni c'è davvero poco da simulare. Soprattutto perché l'invalidità inizialmente le era stata riconosciuta. E solo ad un secondo vaglio, ridotta. Questa la sequenza dei fatti. Nel luglio 2008 la commmissione di verifica della Asl infatti certifica una riduzione delle sue capacità del 75 per cento, a causa di una forma grave di obesità. Poi problemi alle ginocchia e alle gambe, associati al fiatone che le viene tutte le volte che allunga il passo, la rendono chiaramente bisognosa di aiuto. Così sulla base del verbale della commissione, dopo la visita collegiale i medici stabiliscono che è invalida del tipo "con totale riduzione della capacità lavorativa". Vuol dire che, ovviamente, deve restare a casa. Quindi l'Inps le riconosce la pensione d'invalidità, poco più di 260 euro al mese che sommati ad altre piccole entrate le consentono di andare avanti e mantenere tutta la famiglia. Senonché il suo stato di salute peggiora, è sempre più affaticata, sempre più breve il tratto di strada che riesce a percorrere prima di fermarsi. Così crede di poter chiedere di più dall'Istituto, e aspira ad un assegno di accompagnamento, una cifra che si aggira sui 430 euro che servono a retribuire qualcuno che la sorregga nei suoi rari spostamenti. Oppure che l'aiuti direttamente a casa. Presenta una nuova domanda all'Inps a fine 2009; in poco tempo la visitano, confermano il suo grave "deficit deambulatorio con obesità grave", ma ricalcolano la percentuale di invalidità. Che scende dal 100 all'88 per cento. E da questa quasi impercettibile riduzione, partono i guai. "Negato l'accompagnamento, l'Inps le toglie la pensione, ma le riconosce l'assegno mensile", spiega l'avvocato Sechi. "Se non fosse che è incompatibile con gli altri redditi, seppur limitati, della signora. Quindi le revoca anche quello". Poi a gennaio 2011, arriva la lettera dell'Inps con la stangata: "Gentile signora - si legge - per il periodo dal gennaio 2009 al 31 gennaio 2011 sono stati pagati 4.300 euro in più sulla sua pensione. Il recupero delle somme avverrà a rate". Questa lettera, che non sarebbe stata prodotta nel processo, ha convinto la signora a fare causa all'Inps. Ora sarà un perito nominato dal tribunale a stabilire se il suo quintale e più le complica davvero la vita.
Vai all'articoloAtp, la Cassazione dice no ai precari. La suprema corte ha stabilito che l'azienda di trasporti non dovrà assumere 14 ex lavoratori che avevano fatto causa
SASSARI. L'Atp di Sassari non dovrà assumere a tempo indeterminato quattordici ex lavoratori che a suo tempo avevano fatto causa all'azienda. Lo stesso destino spetterà quasi certamente anche agli altri quattordici in attesa di sentenza. La sentenza. Lo ha stabilito la corte di Cassazione che venerdì – affermando sostanzialmente che l'Atp non ha l'obbligo di assumere i precari – ha messo la parola fine a una lunga vertenza che aveva visto protagonisti 28 autisti dell'Azienda trasporti pubblici di Sassari. "Una decisione clamorosa" l'ha definita l'avvocato Claudio Lalli che ha assistito gli ex dipendenti fin dal primo grado «contro la quale presenteremo ricorso alla Corte europea». La Suprema corte, sempre venerdì, ha però anche stabilito che gli stessi lavoratori hanno diritto a un risarcimento del danno che verrà stabilito in una nuova udienza davanti alla corte d'appello di Cagliari. La storia. I lavoratori – in questi anni – si sono sentiti dire da un giudice di primo grado che avevano diritto a essere reintegrati dall'azienda di trasporti pubblici e da uno di secondo grado l'esatto contrario. ll giudice del lavoro all'inizio del 2011 aveva ordinato all'Atp l'assunzione, poi la corte d'Appello – a cui avevano fatto ricorso i legali dell'azienda di trasporti Paolo Sechi ed Enrico Sotgiu – esaminando i vari casi aveva riconosciuto ai lavoratori solo il danno subìto ma non il diritto a riavere il lavoro. Alcuni giorni fa la Cassazione ha confermato questa sentenza rimandando alla corte d'appello di Cagliari la decisione relativa al risarcimento del danno. L’opposizione dell’Atp. I legali dell’Azienda trasporti pubblici si erano appellati in considerazione del «danno grave» che l'esecuzione forzata della sentenza di primo grado (quella sul reintegro) avrebbe procurato alle casse dell'azienda. In pratica, i costi dell'immissione in servizio di quei lavoratori avrebbero messo in pericolo il patrimonio economico della società. Il presidente del collegio Federico Sena nell'udienza del 20 aprile 2011 aveva accolto la richiesta dell'Atp. Il presidente Leonardo Marras. «Non ci sono vincitori né vinti – è stato il commento del presidente dell'azienda, Leonardo Marras – In questi anni siamo stati oggetto di attacchi, accuse, insulti. Ma abbiamo preferito non replicare e restare in silenzio confidando nella decisione dei giudici che, alla fine, ci ha dato ragione». E aggiunge: "La decisione della Cassazione conferma la bontà delle scelte operate dall'attuale gestione aziendale".
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Sassari, precaria assunta alle Poste dal giudice
SASSARI. Le Poste non possono coprire le carenze d'organico assumendo personale con contratti di somministrazione a tempo determinato e senza giustificare dettagliatamente il ricorso a questo strumento normativo. È in estrema sintesi il contenuto della sentenza con la quale il giudice del lavoro Francesca Lupino ha ordinato a Poste italiane di riprendere in servizio una precaria quarantenne e le ha condannate a pagarle arretrati e contributi. La causa è la prima ad arrivare a decisione (il giudice si è pronunciato l'altro ieri) di una decina aperte da dipendenti a tempo che hanno chiesto la «stabilizzazione» assistiti dall'ufficio vertenze della Cisl. «Siamo soddisfatti - afferma Timoteo Baralla, segretario Slp-Cisl -. È un nuovo riconoscimento delle nostre ragioni». Per l'avvocato Paolo Sechi, che tutela l'impiegata e gli altri colleghi senza lavoro, e l'ha spuntata contro il colosso Poste, da anni al centro di contenziosi giudiziari con personale precario, è una sentenza di grande rilevanza. «Per la prima volta - afferma - il tribunale sassarese del Lavoro si è pronunciato sui cosiddetti contratti di somministrazione - quelli cioè introdotti dalla legge Biagi in sostituzione del contratto di lavoro interinale della precedente legge Treu - disponendo che non se ne può abusare, ma che devono esserci ragioni specifiche e motivate e una necessità temporanea da parte dell'azienda che assume attraverso le agenzie di lavoro». Se alle Poste è andata buca, è invece andata in buca la rivendicazione dell'impiegata che a 43 anni può sperare in un posto fisso (salvo ribaltamenti della sentenza in appello se ci sarà ricorso da parte della società postale) dopo che dal 2004, per quattro volte e per brevi periodi, aveva lavorato agli sportelli postali di Ozieri e Trinità d'Agultu. Un'assunzione motivata dall'azienda, sin dal primo contratto di due mesi, con «esigenze di carattere temporaneo» a causa di «punte di più intensa attività a cui non è possibile far fronte con le risorse normalmente impiegate». E una linea difesa in giudizio dai legali di Poste italiane. Ora, però, a chiunque frequenti un ufficio postale, considerata la ressa perenne alle casse, sorge spontanea la domanda quando l'affollamento debba essere considerato straordinario. Interrogativo che deve essersi posta anche il giudice Lupino se sul punto non ha ottenuto una prova certa dall'azienda. Al contrario è stata l'impiegata a fornire la documentazione sulla mole di attività svolta in una delle sue sedi temporanee, lo sportello di Trinità di Agultu. E scrive il giudice nel dispositivo: «Dai documenti in verità non si rileva un maggior flusso, posto che il picco risulta essere avvenuto soprattutto nel mese di giugno in cui la ricorrente non ha lavorato». Di qui la dichiarazione in sentenza della illegittimità del primo contratto di lavoro stipulato sette anni fa, senza che sia stato nemmeno necessario procedere all'esame degli altri. Le Poste dovranno riammettere in servizio l'impiegata a tempo indeterminato e sono state condannate a pagarle le retribuzioni maturate dal 2007 a oggi, e a regolarizzare i contributi previdenziali oltre che pagare le spese di giudizio.
Vai all'articoloMargherita Cassano, prima Presidente della Corte Suprema di Cassazione ospite d'onore del Consiglio dell'Ordine Forense di Sassari
Presso l'Aula Magna dell'Università di Sassari una Lectio Magistralis dal titolo "Quale nomofilachia per la società moderna?" All'interno della Tavola Rotonda "Magistratura e Avvocatura al centro della Giurisdizione. Stato di diritto e giusto processo". Il Consiglio dell'Ordine Forense di Sassari, che crede nella funzione sociale dell'avvocatura, ha organizzato l'evento ritenendolo sia una preziosa occasione di confronto tra la classe forense e la magistratura, sia di rilevanza sociale e culturale, considerando il coinvolgimento attivo dei giovani, importante per la loro formazione di cittadini consapevoli.
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